Covid-19: “Vaccinarsi è una responsabilità e segno rispetto per chi purtroppo non ce l’ha fatta”

Riceviamo un pensiero da Marco, nostro volontario che riesce a interpretare il significato di questo traguardo per tutti noi

Ricordo ancora fine febbraio 2020.Sembra una vita fa.

Non sono ancora passati 12 mesi ma si, sembra una vita fa.

Ricordo ancora quel messaggio di Andrea che chiedeva la disponibilità di personale per potenziare le attività. Ricordo le disposizioni sull’uso dei DPI che di giorno in giorno diventavano più stringenti. 

E’ passato meno di un anno, ma è una vita fa. In questi lunghissimi mesi abbiamo portato una parola di conforto, la spesa, un farmaco, un sorriso a centinaia di persone. Abbiamo trasportato centinaia di pazienti che, con un grande carico emotivo, avevano nei loro occhi la paura di qualcosa di grande. Qualcosa di non conosciuto. La paura di non poter più riabbracciare i propri cari.
Qualcuno non ce l’ha fatta, qualcuno è invece stato più fortunato.
Allo stesso modo, nascosto dietro una mascherina e alla solita scorza da duro che noi spesso siamo fieri di mostrare, un po’ il timore di “prenderlo” di “portarlo” a casa c’era. Si prenderlo e portarlo. Perché ormai il virus si è impersonificato, gli attribuiamo azioni tipiche dell’essere umano. E’ da un anno il compagno di viaggio della nostra quotidianità.
La paura di portare il contagio nel proprio nucleo famigliare c’era, c’è. Perché alla fine mascherine, guanti, gel, ti proteggono, ma la distrazione è dietro l’angolo. Quel gesto che potrebbe vanificare mesi di sforzi anche.

Insieme a tutti ho ascoltato i DPCM, rispettato le regole, evitato di incontrare amici, qualche volta magari ho fatto il furbo, come tutti. Ma ogni volta l’ansia del “accidenti sta volta la pago” c’era. C’è.

Il 24 dicembre è arrivata una mail. L’oggetto inequivocabile “Vaccino anti Covid-19 per Volontari e Dipendenti CRI”. Un fulmine. L’ho letta in tempo reale e subito è partito il tam-tam su WhatsApp con i colleghi “Lo fai?” “Ti Vaccini?” “aderisci?”
La risposta era unica e riecheggiava sul telefono. “OVVIO, non vedo l’ora”
Si perché alla fine dopo un anno di paure, vediamo per tutti noi, per tutta la comunità, per tutto il mondo la fine di un lungo sogno. Un incubo che ha modificato le nostre vite.
Un punto da cui ripartire.

Detto fatto.

Nella prima metà del mese siamo tutti li, in prima fila pronti a scoprire il nostro braccio per la prima di due dosi.

Un privilegio quello di ricevere il vaccino che ci da una speranza di ripartenza. Quella dose che per tanti significa voltare pagina e che per tutti noi è un gesto di responsabilità. Responsabilità e rispetto per chi purtroppo non ce l’ha fatta.

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Autore dell'articolo: Sviluppo

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